Nuove Sostanze Psicoattive: mercato, modalità di consumo e rischi

Cosa sono le Nuove Sostanze Psicoattive

La definizione di Nuove Sostanze Psicoattive (New Psychoactive Substances, NPS) è una sorta di contenitore che comprende al suo interno “sostanze, in forma pura o in preparato, non controllate dalla Convenzione Unica sui Narcotici del 1961 o dalla Convenzione sulle Sostanze Psicotrope del 1971 ma che possono rappresentare una minaccia per la salute pubblica paragonabile a quella rappresentata dalle sostanze elencate in quelle convenzioni” (UNODC, Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della Droga e la prevenzione del Crimine). Il mercato delle NPS nasce infatti allo scopo di commercializzare molecole che mimino gli effetti delle sostanze “classiche” (eroina, cocaina, cannabis, amfetamine, etc) ma senza incorrere nei limiti legali esistenti per queste. Tutte le sostanze d’abuso considerate illegali sono inserite in apposite tabelle, a livello internazionale e nazionale, che ne definiscono appunto l’illegalità e il sistema sanzionatorio collegato. Le NPS vengono sintetizzate in modo da avere lo stesso effetto delle sostanze “classiche” tabellate o, spesso, un effetto superiore senza incorrere nei limiti di legge, grazie ad una differente struttura chimica, talvolta anche solo per pochi atomi.
Possono essere indicate anche con il nome di “legal highs” (sballo legale), “smart drugs” (droghe intelligenti, perché appunto non tabellate), “herbal high” (sballo vegetale, per le molecole di origine naturale), “designer drugs” (droghe di sintesi), “research chemicals” (reagenti chimici, perché vendute in bustine con l’aspetto di reagenti di laboratorio).

Ogni qualvolta una Nuova Sostanza Psicoattiva viene intercettata dalle agenzie di controllo preposte, perché oggetto di sequestro o responsabile di casi di intossicazione acuta che accedono al Sistema dell’Emergenza-Urgenza quali pronto soccorso e rianimazioni, essa viene analizzata, definita in ogni sua caratteristica chimica e farmaco-tossicologica e inserita nelle sopracitate tabelle, acquisendo lo status di sostanza illegale. La difficoltà in questo processo di tutela della salute pubblica sta nell’enorme numero di nuove NPS che vengono continuamente sintetizzate e immesse sul mercato illegale, in sostituzione di altre che non vengono più prodotte o vengono tabellate. La definizione di NPS è quindi tempo-dipendente, perché alcune molecole sono state da tempo intercettate e inserite nelle tabelle delle sostanze stupefacenti, perdendo di fatto la caratteristica di “nuove” e rendendo il loro spaccio e acquisto di conseguenza illegali, pur rimanendo sul mercato.
L’ Osservatorio Europeo delle Droghe e delle Tossicodipendenze (OEDT), principale agenzia dell’Unione Europea preposta al controllo e alla diffusione di informazione sugli stupefacenti, alla fine del 2021 monitorava più di 880 NPS, di cui 52 registrate per la prima volta nel corso dello stesso anno. Le NPS comprendono molecole estremamente differenti tra loro, classificabili principalmente in base alla struttura chimica (fenetilamine, piperazine, catinoni sintetici, cannabinoidi sintetici, oppioidi di sintesi, etc), al meccanismo d’azione (azione agonista o antagonista su diversi recettori cerebrali) o più semplicemente all’effetto (stimolanti, allucinogeni, neurodeprimenti, entactogeni, etc).

Il mercato delle Nuove Sostanze Psicoattive

Le NPS vengono acquistate principalmente sul web, e in particolare nel web sommerso (deepweb e darkweb), generando un mercato annuo di svariati milioni di euro. I principali laboratori clandestini di produzione si trovano in Paesi quali India e Cina, dai quali le sostanze vengono spedite in tutto il mondo sotto forma di polveri, trinciati di erbe, liquidi o compresse in confezioni che riportano indicazioni di utilizzo fasulle, quali ad esempio profumatori per ambienti, sali da bagno o reagenti di laboratorio, riportanti la dicitura “non per uso umano”. In rapporto al tipo di preparazione, vengono consumate per via orale, fumate, sniffate o iniettate, ovviamente senza alcuna consapevolezza della dose reale assunta o di quella necessaria ad ottenere l’effetto desiderato. Una particolare forma di assunzione che si sta delineando come emergenza sanitaria e sociale, soprattutto in alcune fasce di popolazione quale quella adolescenziale, è il vaping, cioè il consumo di NPS in dispositivi come sigarette elettroniche e similari. Questo rende soggetti anche molto giovani attratti dal consumo ed esposti ai rischi di sostanze pericolose quali le NPS, oltre a rappresentare la causa di forme di danno polmonare grave come la e-VALI (E-cigarette, or Vaping, product use Associated Lung Injury).

Principali rischi connessi alle Nuove Sostanze
Psicoattive

Le motivazioni che spingono una persona all’acquisto e al consumo di NPS sono solitamente la ricerca di un’alternativa ad una sostanza illegale, il desiderio di sperimentare effetti psicotropi, la “facile” reperibilità, il desiderio di eludere controlli o l’auto-medicazione, vale a dire l’assunzione di sostanze o farmaci al di fuori di una prescrizione medica per curare sintomi o patologie o per compensare gli effetti di un’altra sostanza d’abuso. L’auto-medicazione è particolarmente rischiosa perché prevede spesso anche una auto-diagnosi, che può essere evidentemente errata, da parte di una persona che necessiterebbe invece di una valutazione medica, e l’assunzione di una molecola che potrebbe esitare in effetti avversi o interazioni farmacologiche non note all’assuntore stesso, magari già in terapia con uno o più farmaci. Tutte le NPS sono accomunate da un’elevata pericolosità in termini di potenza d’effetto e di effetti avversi acuti, responsabili di casi di intossicazione anche letali. Inoltre spesso il consumatore non solo non è consapevole dei rischi che corre assumendo tali sostanze, ma può non essere consapevole nemmeno di stare assumendo una NPS, perché possono essere addizionate in modo doloso a sostanze “classiche” (eroina, cocaina, amfetamine, cannabis) o vendute al loro posto, il tutto all’oscuro di chi le consuma. Così può capitare che venga acquistata marijuana o hashish che in realtà contiene cannabinoidi sintetici, ecstasy che contiene in realtà una fenetilamina o un catinone sintetico, eroina che contiene anche fentanili o nuovi oppiodi, tutte sostanze ancora più potenti di quelle acquistate e che espongono la persona a conseguenze potenzialmente fatali quali ipertermia maligna, ictus o emorragia cerebrale, infarto cardiaco o overdose con arresto respiratorio.
Inoltre le NPS sono spesso consumate, più o meno consapevolmente, in regime di poliabuso insieme ad altre sostanze (alcol, stimolanti, etc), con potenziale ulteriore aggravamento dei quadri clinici acuti che ne derivano per sommazione o interazione degli effetti.

Cannabinoidi sintetici e fentanili

Attualmente sono quattro le classi maggiore oggetto di attenzione per diffusione e pericolosità: i cannabinoidi sintetici, i catinoni sintetici, i fentanili con i nuovi oppioidi di sintesi e le nuove benzodiazepine. In particolare cannabinoidi sintetici e fentanili (insieme ai nuovi oppioidi di sintesi) pongono problematiche peculiari e classe-specifiche.
I primi richiamano esclusivamente il nome dei composti a base di cannabis, ma comprendono molecole molto diverse tra loro che agiscono sui recettori dei cannabinoidi a livello cerebrale con una potenza di molti ordini di grandezza superiore a quella del principale principio attivo contenuto all’interno della cannabis (THC o tetraidrocannabinolo). Oltre, quindi, ad effetti acuti più gravi con possibile comparsa di tachicardia, infarto del miocardio, ansia, paranoia, allucinazioni o stati di agitazione psicomotoria e aggressività importanti, sono responsabili con maggior frequenza dell’instaurarsi di quadri di psicosi che non sempre regrediscono alla sospensione dell’assunzione e che possono comparire anche al primo consumo. Questa forma di patologia psichiatrica è stata ribattezzata “spiceophrenia”, dalla congiunzione di “spice” (il primo nome con cui sono stati commercializzati i cannabinoidi sintetici) e “schizofrenia”, e può persistere a lungo dopo il consumo o addirittura cronicizzare. Inoltre, essendo i cannabinoidi sintetici solitamente spruzzati in modo disomogeneo sotto forma di cristalli su trinciati di erbe o
di cannabis, non è possibile conoscere la dose realmente assunta, con il rischio di esporsi a dosi elevate e, quindi, estremamente pericolose.
I fentanili (farmaci usati anche nella terapia del dolore o in ambito rianimatorio) e i nuovi oppioidi di sintesi (come l’isotonitazene) condividono con oppioidi e oppiacei classici (eroina, ossicodone, morfina, etc) il meccanismo d’azione ma sono molto più potenti e ad oggi sono responsabili, se assunti come NPS, di numerosi casi di decesso nel mondo e in Europa. Dal 2009 sono stati individuati 73 nuovi oppioidi sul mercato illegale europeo, di cui sei sono stati notificati per la prima volta nel corso del 2021, rendendoli il quarto gruppo di sostanze più monitorate dalle agenzie di controllo. Vengono utilizzati a scopo criminale per adulterare l’eroina presente nei comuni mercati di spaccio, rendendo i soggetti affetti da dipendenza da oppiacei ancora più vulnerabili al rischio di overdose, ma sono anche stati rintracciati in compresse vendute come contenenti ossicodone (antidolorifico oppiaceo) o benzodiazepine (ansiolitici). L’overdose da fentanili e nuovi oppiacei compare molto più rapidamente, a dosi inferiori rispetto agli altri oppiacei ed è di più difficile risoluzione anche quando viene somministrato l’antidoto specifico (naloxone).

Risposte concrete

Le molecole appartenenti alla classe delle NPS possono essere responsabili, oltre che di casi gravi di intossicazione acuta e di quadri psichiatrici importanti quali le psicosi tipo  “spiceophrenia”, dell’instaurarsi di quadri di dipendenza e astinenza, esattamente come le
sostanze d’abuso più note (eroina, cocaina, cannabis, etc). Inoltre la loro assunzione in regimi di poliabuso incrementa ulteriormente i rischi sia acuti che cronici. I Servizi per le Dipendenze (SerD), presenti capillarmente su tutto il territorio italiano, rappresentano servizi
multispecialistici, ai quali è possibile chiedere una valutazione o un aiuto concreto anche per
problematiche derivanti dal consumo di NPS.
In caso di comparsa di sintomi conseguenti all’assunzione di una di queste sostanze, o quandobse ne sospetta l’assunzione per la comparsa di effetti non compatibili con la molecola che si ritiene di aver assunto, è necessario allertare i soccorsi e riferire esattamente al medico cosa si è assunto o che si crede di aver assunto, in modo che sia possibile identificare rapidamente la terapia più idonea alla risoluzione del quadro clinico.

Bibliografia

1. European Monitoring Centre for Drugs and Drug Addiction (2018), Fentanils and synthetic cannabinoids: driving greater complexity into the drug situation. An update from the EU Early Warning System (June 2018), Publications Office of the European Union, Luxembourg
2. European Monitoring Centre for Drugs and Drug Addiction (2022), New psychoactive substances: 25 years of early warning and response in Europe. An update from the EU Early Warning System (June 2022), Publications Office of the European Union, Luxembourg
3. Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze (2022), Relazione europea sulla droga 2022: tendenze e sviluppi, Ufficio delle pubblicazioni dell’Unione Europea, Lussemburgo

Storia di cappe e spade. La diffusione dell’eroina in Italia a partire dalla metà degli anni ‘70

Quando il tossicomane ricerca il trattamento egli ha, nella maggior parte dei casi, già esperimentato molte volte i sintomi da astinenza. Perciò è già preparato a subire una prova molto dura ed è disposto a sopportarla. Ma se il tormento dell’astinenza è protratto per due mesi invece che per dieci giorni può darsi che il tossicomane non sia in grado di sopportarlo.
(William Burroughs, Pasto nudo, 1959)

Cos’è la dipendenza da oppiacei

Quasi sconosciuta sino al 1970, l’eroina irrompe in Italia con una forza di deflagrazione senza precedenti. Il Centro Antidroga del Comune di Roma nel 1975 quantifica in alcune migliaia i consumatori della capitale (dal settimanale “Panorama”, 27 novembre 1975, p. 63). È lecito e, forse, ancor più doveroso, chiedersi cosa sia accaduto nel giro di pochi anni, rigettata l’ipotesi di una casualità assai poco credibile.

Sulla scena del consumo italiano l’eroina non arriva misteriosamente né con gradualità. Si diffonde massicciamente sostituendosi o affiancandosi a tutto ciò che era presente in precedenza, ossia soprattutto anfetamine, barbiturici e ipnotici non barbiturici (come il metaqualone).

Il momento determinante nello sviluppo del modello più moderno delle tossicomanie nel nostro Paese è quello del “Barcone” sul Tevere.

Il Nucleo Antidroga dei Carabinieri, guidato dal capitano Giancarlo Servolini del Servizio Informazioni Difesa (SID), la sera del 21 marzo 1970, fa un’irruzione su un “Barcone” capitolino effettuando 90 arresti per droga. In sei mesi si susseguono oltre diecimila articoli sul fenomeno, i più scegliendo toni allarmistici e terrorizzanti sino a rasentare il patetico e/o il grottesco.

Nell’aprile del 1976 il “Corriere della Sera” segnala un caso di intossicazione a Gropello Cairoli, in provincia di Pavia, parlando genericamente di “caramelle che provocano strane sensazioni” che sarebbero state offerte agli studenti delle scuole medie del paese da alcuni sconosciuti.

Due anni dopo, nel settembre 1978, lo stesso quotidiano milanese pubblica un’inchiesta sul consumo di stupefacenti nelle scuole, titolando l’articolo con un ben più che allusivo: «Regalano caramelle truccate per iniziare i bambini alla droga».

Quanto la notizia relativa al “Barcone” sul Tevere fosse reale, soprattutto in merito ai quantitativi sequestrati, resta ancora oggi (politicamente) dibattuta; ciò che è innegabile è una delle dirette conseguenze dell’operazione di polizia e della campagna mediatica, ossia lo scatenarsi di una vera e propria caccia alle streghe che portò nel solo 1970 a oltre 1000 arresti e al costituirsi di Nuclei Antidroga in tutta Italia, che si avvalsero della collaborazione del Narcotic Bureau statunitense.

Tra le prime strategie di guerra alle droghe del periodo vanno ricordate la Legge Valsecchi con la quale viene impedito l’acquisto di anfetamine presso le farmacie a partire dal 1972 – in ritardo rispetto ad altri Paesi europei – e la scomparsa, voluta dalla criminalità e accelerata dall’attenzione quasi univoca delle Forze dell’Ordine, della cannabis dal mercato di strada.

Un’équipe dell’Istituto Superiore di Sociologia di Milano, coordinata dal professor Guido Martinotti, ha analizzato, avvalendosi di tecniche di elaborazione elettronica, tutti gli articoli sulla droga apparsi su sei quotidiani significativi (“Corriere della Sera”, “Giorno”, “L’Unità”, “La Notte”, “La Stampa”, “L’Avvenire”) arrivando alla conclusione che, nella maggioranza dei casi, i consumatori di droghe cosiddette leggere arrestati dalla polizia venivano qualificati come: «devianti», «squallidi», «disumani», «violenti», «sprovveduti» (Caraccia et al., 1974).
Rendendo la vita impossibile a capelloni, freackettoni nelle piazze o nelle case e respinti e visti come drogati dalla gente, l’approccio intransigente sembra spingere una parte degli stessi a darsi all’eroina, facilmente reperibile, di buona qualità e, solo inizialmente, a costi contenuti (Cancrini, 1973).

In principio si tratta di cloridrato di morfina prodotto da un’industria tedesca, che riesce così a sbarazzarsi di enormi scorte inutilizzate – e non più vendibili ufficialmente – di morfina in pasticche, probabilmente residui della guerra in Vietnam. Le organizzazioni criminali acquistano le pastiglie facendole arrivare in Pakistan, a Peshawar, dove vengono rivendute al mercato nero agli europei di passaggio: 30 lire a pasticca.
Molti giovani europei in viaggio verso l’India cominciano a bucarsi con questa morfina, riportandone esperienze gratificanti, consentendo, a partire dall’autunno del 1972, la diffusione anche in Italia, in particolare Roma e Milano.

Dal febbraio 1973, il Centro Antidroga del Comune di Roma comincia a ricevere i primi casi di intossicazione da morfina. A distanza di un anno e mezzo sono circa 160 i consumatori abituali di oppiacei intercettati. Nel settembre del 1974, il neuropsichiatra Riccardo Zerbetto, dell’équipe del Centro Antidroga, segnala un 36% di ex consumatori di anfetamine, praticamente oltre un terzo del totale (Zerbetto, 1974).
Il passaggio successivo vede la sostituzione della morfina con l’eroina – la sostanza farmacologicamente più simile –, il pieno controllo da parte della criminalità organizzata – la mafia siciliana –, l’innalzarsi dei prezzi della stessa, l’istaurarsi di dipendenze, il crescente numero di overdose tra i tanti consumatori inesperti.
Tra il 1974 e il 1975 la media annua di arresti in Italia per droghe leggere sale a 8.000 persone. Il mercato dell’hashish è praticamente bloccato, per contro spalancato ai trafficanti di eroina (Rusconi e Blumir, 1972).
«Nasce in Italia la “psicosi” droga: per decine di milioni di italiani la droga diventa “un male oscuro” per centinaia di migliaia di giovani, una tentazione proibita» (Blumir, 1976, p. 135).

La ricostruzione degli storici e di alcuni sociologici, tra i quali Guido Blumir, ha riportato la possibilità della presenza di una mente comune a monte dell’intero susseguirsi di azioni, definendo ciò che sarebbe stato messo in campo dai servizi segreti dei Paesi del blocco occidentale, nell’ambito della Guerra Fredda, finalizzato a diffondere l’uso di droghe pesanti tra i giovani attivisti dei movimenti di contestazione, in maniera da renderli dipendenti e politicamente inoffensivi, con il nome di “Operazione Blue Moon”. Una sorta di strategia della tensione in chiave narcotica.

Chi è l’eroinomane?

Se negli anni ’70 non tutti conoscevano gli effetti dell’eroina, con il tempo i consumatori hanno imparato a proprie spese che non è possibile governare alcuni meccanismi che attraverso la stessa si sviluppano: «tra tutte le droghe conosciute e diffuse nel mondo, l’eroina è la più pericolosa, perché crea in chi la usa uno stato di dipendenza fisica e psicologica che rende rapidamente schiavi» (Lamour e Lamberti, 1973, p. 9).
Sembra, dunque, che man mano che l’uso di oppiacei acquisisce centralità nella vita del consumatore «… le altre cose alle quali si interessava l’intossicato si svuotano d’ogni importanza. La vita si riduce alla droga: una dose, e già si guarda con ansia a quella successiva, ai “nascondigli” e alle “ricette”, agli “aghi” e alle “pompette contagocce”. Il tossicomane, il più delle volte, crede di condurre un’esistenza normale e pensa che la droga sia un fatto incidentale. Non si rende conto che, pur svolgendo le sue attività estranee alla droga, sta scivolando lungo la china. Solo quando gli viene tagliata la fonte dei rifornimenti capisce quale importanza abbia la droga per lui. “Perché non può fare a meno dei narcotici, signor Lee?” è la domanda posta normalmente dagli psichiatri stupidi. Si può solo rispondere “ho bisogno della droga per alzarmi dal letto al mattino, per radermi, per fare colazione. Ne ho bisogno per rimanere in vita”. Naturalmente, gli intossicati non muoiono, di norma, se vengono privati dello stupefacente. Ma, in un senso del tutto letterale, il liberarsi del vizio implica la morte delle cellule che non possono sopravvivere senza la droga e la loro sostituzione con cellule non bisognose di sostanze stupefacenti» (Burroughs, 1962, p. 70).
All’inizio l’eroina è piacere, sembra possibile controllarne l’assunzione; quando, però, si instaura la dipendenza, finisce di esserlo, persistendo nella memoria solo il ricordo di ciò che riusciva a offrire ad ogni suo consumo.
Per uscirne non bastano la volontà e la motivazione al cambiamento, che pure rappresentano le spinte iniziali proprio perché l’eroina agisce su quella stessa volontà. Se così non fosse – e ogni dipendente patologico vorrebbe smettere – uscirne non sarebbe tanto difficile.

L’intervento non può essere concepito in chiave unilaterale, certamente va declinato in chiave specialistica. L’italica tradizione repressiva e intollerante non ha prodotto risultati significativi, così come gli interventi esclusivamente sanitari non possono essere pensati come esaustivi.
L’impostazione deve essere multidisciplinare per evitare tentazioni tecnicistiche, con una formazione continua e multiprospettica di quanti lavorano all’interno dei Servizi (pubblici e privati), accompagnata da sensibilizzazione e informazione puntuale e basata su evidenze destinata all’intera collettività.
Abbiamo sempre pensato che lavorare con il consumatore/dipendente non sia facile; la complessità dovrebbe fungere, però, da stimolo e mai da alibi.

Bibliografia

1. Blumir G. (1976), Eroina. Storia e realtà scientifica. Diffusione in Italia. Manuale di autodifesa, Feltrinelli, Milano.
2. Burroughs W.S. (1962), La scimmia sulla schiena, Rizzoli, Milano, prima edizione 1953.
3. Cancrini L., Malagoli Togliatti L., Meucci G. (1972), Droga: chi, come, perché, Sansoni, Firenze, pp. 53-54.
4. Cancrini L. (a cura di) (1973), Analisi del comportamento comunicativo di un giornale romano, in Esperienze di una ricerca sulle tossicomanie giovanili in Italia, Mondadori,
Milano, pp. 194-230.
5. Caraccia C., Costa C., Martinotti G. (1974), La stampa quotidiana e la droga, in Droga e società italiana, Indagine del Centro Nazionale di Prevenzione e difesa sociale,
Giuffré, Milano.
6. Lamour C. e Lamberti M.R. (1973), Il sistema mondiale della droga. La tossicomania come prodotto del capitalismo mondiale, Einaudi, Torino.
7. Rusconi M. e Blumir G. (1972), La droga e il sistema. Cento drogati raccontano, Feltrinelli, Milano, pp. 209-226.
8. Zerbetto R. in L’impiego del metadone nel trattamento della morfinodipendenza, “Rassegna di studi psichiatrici,” vol. LXIII, fasc. 6, novembre-dicembre 1974, p. 875.

Carcere e Disturbo da Uso di Oppioidi (DUO)

«Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato»
(comma 3° dell’art. 27 della Costituzione Italiana)

Il 31 dicembre 2021 presso gli istituti penitenziari erano presenti 54.134 detenuti, il 35% dei quali (18.884) per aver commesso reati in violazione del DPR n. 309/1990: tra questi ultimi la maggior parte (63%) aveva commesso reati inerenti alla produzione, al traffico e alla detenzione di sostanze stupefacenti (art. 73 DPR n. 309/1990), il 5% inerente all’associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti (art. 74 DPR n. 309/1990), e il restante 32% a entrambi i reati. Nel complesso, dal 2014 la quota di persone detenute per reati droga-correlati rimane sostanzialmente stabile (fonte: Relazione annuale al Parlamento sul fenomeno delle tossicodipendenze in Italia anno 2022 – dati 2021).
«Nel 2021 il 28% della popolazione carceraria ha un Disturbo da Uso di Sostanze, percentuale in crescita nell’ultimo quadriennio. Stabile (33%) la percentuale di persone detenute tossicodipendenti di nazionalità straniera sul totale della popolazione carceraria tossicodipendente. Circa il 36% sono persone tossicodipendenti entrate dalla libertà. La componente femminile si attesta al 3,3%. La nuova utenza e i cittadini stranieri in carcere sono in media più giovani del totale delle persone detenute tossicodipendenti. Oltre la metà dell’utenza ristretta è assistita per uso primario di cocaina o crack. Gli oppioidi sono al secondo
posto, più frequenti nell’utenza femminile mentre l’uso primario di cannabis è riferito dal 14% della nuova utenza e dal 10% delle persone detenute di genere maschile e da quelle di nazionalità straniera» (ibidem, pag. 274).

Le persone coinvolte in procedimenti penali pendenti per violazione degli articoli 73 e 74 sono rispettivamente 186.517 e 45.142. In totale 231.659 sono i fascicoli per droghe che intasano i tribunali italiani, costantemente negli ultimi quindici anni (Tredicesimo Libro Bianco, 2022).

Rivolgendo lo sguardo al passato, lontani appaiono gli effetti della sentenza Torreggiani della Corte Europea dei Diritti Umani (CEDU), così come guardando al futuro altrettanto distante sembra essere la fattibilità dell’adozione di politiche deflattive della popolazione detenuta. Il termine ultimo del 24 maggio 2014, infatti, imposto dalla Corte Europea nella sentenza del 2013, finalizzato a ridurre la presenza della popolazione carceraria dei tossicodipendenti, sembra essere ad oggi disatteso.
Accanto agli interventi volti a ridefinire la rilevanza penale del consumo personale e del carico sanzionatorio di alcuni reati, sarebbe opportuno ai fini terapeutici e della possibilità di recidiva rivedere l’ingresso nel circuito penitenziario di persone alcol- e/o tossicodipendenti, evitando che lo stesso si verifichi già nella fase cautelare, anche e soprattutto rimodulando il complesso dei reati caratterizzati da una presunzione, relativa, di pericolosità ai sensi dell’art. 275, co. 3, c.p.p. e chiedendo al Magistrato una più attenta lettura dell’offensività della condotta, auspicabilmente caso per caso.

Secondo i dati del Tredicesimo Libro Bianco, infatti, è tossicodipendente oltre il 35% di quanti entrano in carcere, mentre al 31/12/2021 erano presenti nelle carceri italiane 15.244 detenuti “certificati”, il 28,16% del totale, più di 1000 oltre il dato dell’anno precedente.

Si tratta di una percentuale quasi doppia rispetto alla media europea (18%) e mondiale (21,65%), di gran lunga superiore a quella della Confederazione Russa (28,6%). Dei 54.134 detenuti in carcere al 31 dicembre 2021, sono 11.885 i presenti ex art. 73 (spaccio) del DPR 309/90. Si presenta in aumento (5.971 presenze) il dato relativo all’associazione con l’art. 74, così come quello dei ristretti esclusivamente ex art. 74, per la prima volta sopra ai mille (1.028).

Nonostante, dunque, la sentenza della Corte Costituzionale n. 32 del 25 febbraio 2014 in merito alla legge n. 49 del 2006 e il decreto legge n. 146 del 24 dicembre 2013, convertito nella legge n. 10 del 21 febbraio 2014 – Misure urgenti in tema di tutela dei diritti fondamentali dei detenuti e di riduzione controllata della popolazione carceraria – che ha nella sostanza sostituito il testo del quinto comma dell’art. 73 del DPR 309/90, trasformando il fatto di lieve entità da circostanza attenuante ad effetto speciale ad ipotesi autonoma di reato, salvo che lo stesso “costituisca più grave reato…”, il massiccio ricorso alla detenzione in carcere non sembra essersi attenuato.
A tal proposito, sarebbe il caso di chiedersi con senso della realtà quanto il carcere rappresenti un deterrente rispetto alla recidività delinquenziale e che ruolo possa giocare in merito alla cura della dipendenza patologica.

Studi in proposito hanno dimostrato come i tassi di recidività siano più elevati per la pena detentiva in generale. Secondo una ricerca italiana di qualche anno fa, il 68% di soggetti che ha scontato una pena di questo tipo ha reiterato le proprie condotte criminali nell’arco dei cinque anni successivi (Leonardi, 2007).
Bertelli nel 2011 ha scritto, oltre che della capacità criminogena dell’ambiente carcerario, anche di una sorta di riduzione della sensibilità del detenuto rispetto all’afflittività della pena stessa, come a dire che la spinta intimidatoria decresce con l’aumento della frequentazione di un certo contesto. Lo stesso ha tradotto il dato secondo cui i soggetti tossicodipendenti interrompono la carriera tossicomanica non per una valutazione della gravità della condotta, ma per una sorta di perdita del potere di attrazione e di trasgressività della sostanza stessa, in concomitanza naturalmente con altri fattori come la perdita degli affetti, del lavoro, del ruolo sociale.

Il carcere non è il luogo deputato alla cura della tossicodipendenza, pur intercettando, suo malgrado, un numero di consumatori ricreativi e/o di dipendenti patologici superiore a quello dei Servizi specialistici stessi. È altrettanto innegabile, però, proprio sulla scorta di questa specifica prerogativa, che il luogo della detenzione possa tradursi in un’indubbia occasione di aggancio terapeutico nonché di vera e propria presa in carico per i Servizi intra- ed extra murari.

La riforma della sanità penitenziaria del 2008, con il transito della sanità e delle relative competenze alle Regioni, oltre a determinare significative differenze organizzative su tutto il territorio nazionale, ha evidenziato numerose – alcune piuttosto vistose – criticità a proposito di carcere e tossicodipendenza sintetizzabili, sia pure fuori da impraticabile esaustività, in:

  • il linguaggio, la semiotica, il senso del lavoro sanitario non possono dirsi uguali a quelli dell’ambito della pena e della detenzione. Sarebbe interessante verificare le percezioni e i saperi di quanti lavorano nel carcere a proposito di dipendenze patologiche (chi è il tossicodipendente, a cosa serve il metadone, cosa significa craving, ecc.), compresi anche quelli di altri operatori sanitari che si rapportano con il detenuto tossicodipendente (Distretto, Dipartimento di Salute Mentale, ecc.). Da qui la necessità prodromica rispetto a qualsivoglia iniziativa di formazione specialistica e sensibilizzazione alla tematica;
  • il personale del carcere non dovrebbe orientare, suggerire, valutare in merito a ciò che farebbe bene a restare nell’alveo delle considerazioni degli specialisti della salute, sia pur intesa in chiave sistemica. A tal proposito si ricorda l’imprescindibilità della supervisione tecnica esterna per i gruppi che lavorano a più stretto contatto con il detenuto tossicodipendente;
  • le istanze sicuritarie spesso confliggono con le esigenze di cura, fino ad inficiarle (timore di “diversione” dei farmaci somministrati e, dunque, incoraggiamento verso terapie a scalare, eccesso di prescrizione di psicofarmaci, ecc.);
  • l’individuazione e la diagnosi dello stato di tossicodipendenza, nonostante la cancellazione della Legge n. 49 del 2006, appaiono ancora troppo legate ad aspetti biomedici e molto meno alle pur necessarie valutazioni di tipo psico-socio-educativo;
  • l’azione di osservazione e sostegno nel primo periodo della detenzione, nel corso della stessa e a conclusione della carcerazione (e della pena più in generale) risulta spesso priva di concertazione (sostegno psicologico all’ingresso, valutazione multidimensionale, dimissioni senza affidamento di terapia, nel corso del fine settimana quando i Servizi sono chiusi, totalmente sprovvisti di supporto per evitare episodi di overdose, ecc.), nonostante non sia pensabile un’idea di cura a compartimenti stagni e per la sola durata della detenzione a fronte di una malattia cronica e recidivante come da definizione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Lexicon of alcohol and drug terms: http://whqlibdoc.who.int/publications/9241544686.pdf e nella pagina OMS dedicata all’argomento: http://www.who.int/substance_abuse/terminology/definition1/en/);
  • è rilevante e dirimente la saltuarietà o l’assenza di specifiche iniziative atte a fornire risposte di supporto al craving che potrebbe presentarsi anche dopo lunghi periodi di astensione dall’uso di sostanze e per il quale la soppressione della libertà rappresenta già un vero e proprio trigger: «Il craving o comportamento tossicomanico è il comportamento incontrollato, focalizzato all’ottenimento della sostanza che ha prodotto e mantiene la dipendenza, qualunque sia il prezzo da pagare» (fonte: A. Tagliamonte e D. Meloni, Le basi biologiche della tossicodipendenza, http://www.sims.it/tagliam.htm);

È acclarato dalla letteratura scientifica più recente come un’appropriata somministrazione di farmaci sostitutivi riduca il numero di episodi di autolesionismo che vede spesso protagonisti i detenuti tossicodipendenti. Inoltre, l’eventuale terapia a scalare andrebbe eseguita senza fretta al fine di ridurre gli effetti dell’astinenza e del ricorso alle benzodiazepine (Fox et al., 2015).
Lo scalaggio e il processo di disassuefazione troppo veloce sono, infatti, cause di un’astinenza pesante che rischia di ingenerare nel detenuto tossicodipendente sfiducia nei confronti del trattamento, del medico prescrittore, del Servizio che rappresenta (Maradiaga et al., 2016; Rich et al., 2015).
Se, poi, la detenzione è di breve durata, sarebbe consigliabile dare seguito all’assunzione del farmaco sostitutivo con un trattamento a mantenimento che possa tenere al riparo la persona da episodi di overdose subito dopo la scarcerazione, permettendo una più agevole presa in carico presso i Servizi di residenza o territorialmente competenti.
È innegabile che l’istanza di sicurezza e quella trattamentale necessitino della separazione di questi particolari detenuti dalla restante popolazione ristretta attraverso la custodia attenuata, che renderebbe più facile, tra l’altro, il contrasto a fenomeni come la diversione dei farmaci sostitutivi e il loro misuso.
Allo stesso modo l’invio in Comunità Terapeutica non dovrebbe rappresentare l’alternativa al carcere, incoraggiata ad oltranza da chi opera all’interno dello stesso. Le valutazioni a tal proposito devono essere effettuate dalle équipe Ser.D. territorialmente competenti – che peraltro devono fare i conti con il budget messo a disposizione dal management strategico delle Aziende Sanitarie Locali, essendo le rette a carico del SSN attraverso le Regioni –, dai referenti delle Comunità Terapeutiche e dalla persona. Spesso, invece, l’invio viene effettuato dal Magistrato senza occasioni di confronto con i curanti e/o sollecitato dai referenti dell’istituto ospitante – spesso trattandosi di detenuti di difficile gestione.
Una particolare attenzione istituzionale, poi, sarebbe da orientare alle donne consumatrici/dipendenti patologiche presenti negli istituti penitenziari del nostro Paese, partendo da un approccio in controtendenza. La dipendenza patologica è quasi sempre stata tradotta come una condizione criminogena; per ciò che riguarda la donna dovremmo pensarla come non meno vittimogena.

Tra le tante, possibili proposte suggeribili al legislatore andrebbero indicate una formazione specialistica per gli operatori in campo, al fine di fornire informazioni tecniche e fondate su evidenze scientifiche, coinvolgendo gli stessi detenuti tossicodipendenti; una imprescindibile supervisione tecnica esterna; l’immediata presa in carico e sostegno multidimensionale (sanitario-clinico e psico-socio-educativo) da parte dell’équipe Ser.D. intramuraria tale da favorire la cura di sé e i percorsi di screening sulle possibili patologie alcol- e droga-correlati.

La digitalizzazione delle cartelle sanitarie – risolte le problematiche legate alle differenti realtà e alla privacy da tutelare – potrebbe favorire la stesura di puntuali “Protocolli dimittendi personalizzati” a cura dell’équipe Ser.D. intramuraria ed extramuraria perché, finita la detenzione (e la pena, si spera), non è detto si debba interrompere l’interesse per la salute della persona.
Inoltre, successivamente alla diagnosi operata dal personale specialistico Ser.D., andrebbe sollecitato un maggiore ricorso alle misure alternative – de plano rispetto al primo reato, fatti salvi casi eccezionali –, magari con la creazione di realtà intermedie (mondo della giustizia e mondo della salute), istituite ad hoc, finalizzate a una valutazione non solo sulla scorta di strumenti biomedici ma di un maggiore monitoraggio psico-socio-educativo all’ingresso, durante il percorso e all’uscita dallo stesso. La pedissequa esecuzione procedurale, preferita all’assessment di salute, l’impulso a rendere le regole sempre più precise, delimitando l’ambito delle possibili interpretazioni e rendendo le decisioni – che dovrebbero essere assunte caso per caso – certe e prevedibili non possono rappresentare una risorsa ma un limite a ciò che non dovrebbe prescindere dalla centralità della persona e del suo percorso.

Difficile non declinare tra i possibili ostacoli il problema connesso alla certificazione dello stato di dipendenza dei soggetti tratti in arresto o già detenuti, l’oggettiva carenza di risorse economiche, di personale – carcere e Servizi –, di conoscenze scientifiche, di sensibilità e motivazione.

A monte di ogni plausibile proposta, resta la necessità di rivedere l’approccio punitivo-sanzionatorio con una preliminare revisione della legislazione penale sugli stupefacenti e sul consumo degli stessi.

L’assenza di dubbi potrà appartenere al mondo delle procedure e della detenzione, non certo a quello della salute, dove la mancanza di assoluti dovrebbe rappresentare un’inderogabile base di partenza.

Bibliografia

1. Anastasia S. et al. (a cura di) (2022), La sfida democratica – Tredicesimo Libro Bianco sulle Droghe. Gli effetti della legge antidroga. Edizione 2022 sui dati 2021.
2. Bertelli B. (2011), L’influenza delle norme e delle sanzioni sui fenomeni di consumo e di dipendenza da droga, in “Rivista di criminologia, vittimologia e sicurezza”, 2, pp. 50-60.
3. Fox AD, Maradiaga J, Weiss L, Sanchez J, Starrels JL, Cunningham CO. Release from incarceration, relapse to opioid use and the potential for buprenorphine maintenance treatment: a qualitative study of the perceptions of former inmates with opioid use disorder. Addict Sci Clin Pract. 2015 Jan 16;10(1):2.
4. Leonardi F. (2007), Le misure alternative alla detenzione tra reinserimento sociale e abbattimento della recidiva, in “Rassegna penitenziaria e criminologica”, 2, pp. 7-26.
5. Lexicon of alcohol and drug terms: http://whqlibdoc.who.int/publications/9241544686.pdf e nella pagina Oms dedicata all’argomento: http://www.who.int/substance_abuse/terminology/definition1/en/)
6. Maradiaga JA, Nahvi S, Cunningham CO, Sanchez J, Fox AD, “I Kicked the Hard Way. I Got Incarcerated.” Withdrawal from Methadone During Incarceration and Subsequent Aversion to Medication Assisted Treatments, Journal of Substance Abuse Treatment, Volume 62, 2016, Pages 49-54,
7. Rich JD, McKenzie M, Larney S, Wong JB, Tran L, Clarke J, Noska A, Reddy M, Zaller N. Methadone continuation versus forced withdrawal on incarceration in a combined US prison and jail: a randomised, open-label trial. Lancet. 2015 Jul 25;386(9991):350-9.
8. Tagliamonte A. e Meloni D. Le basi biologiche della tossicodipendenza, http://www.sims.it/tagliam.htm

Dipendenza da oppiacei: quando il cinema racconta la droga

Come tutte le dipendenze, anche quella da oppiacei ha un impatto significativo sulla vita di chi ne fa uso. L’altra faccia della medaglia della sensazione di piacere e di euforia sono, infatti, la dipendenza e l’astinenza, in cui nulla ha più interesse se non gli effetti della droga e come procurarsela. Non riuscire più ad affrontare la vita quotidiana senza una dose, procurarsi i soldi per acquistarla, ignorare qualunque altra attività soddisfacente, trascurare la socialità, gli affetti e perfino il lavoro sono solo gli aspetti più evidenti di una tossicodipendenza. Ce lo racconta anche il cinema, attraverso le storie di uomini e donne smarriti in un labirinto buio, complesso e faticoso dal quale non tutti riescono a uscire. Ma la dipendenza da oppiacei è anche una malattia e l’organo colpito è il cervello.

Cos’è la dipendenza da oppiacei

Come tutte le dipendenze, è caratterizzata da alterazioni nel comportamento e nelle capacità cognitive, nonché da uno stato di salute sempre più precario. Secondo la decima revisione della Classificazione Internazionale delle Malattie (International Classification of Diseases, ICD-10), sono sei i segni con cui si manifesta questo tipo di dipendenza:

  • intenso desiderio o compulsione all’assunzione di oppiacei
  • difficoltà nel controllo del consumo di oppiacei
  • stato di astinenza fisiologica
  • tolleranza agli oppiacei
  • rifiuto crescente di piaceri o interessi alternativi oltre al consumo di oppiacei
  • assiduità nel consumo di oppiacei, nonostante l’evidenza di conseguenze dannose per l’organismo.
  • La dipendenza da oppiacei rappresenta anche un problema sanitario mondiale.

Secondo le statistiche, infatti, nel mondo sono almeno 15,6 milioni le persone che fanno uso di oppiacei, 11 milioni delle quali assumono eroina, ed è un consumo in crescita a livello globale.1

Cos’è un oppioide?

L’oppio, conosciuto fin dall’antichità, è considerato e usato come una sostanza medicinale per i suoi effetti analgesici, antidiarroici e per la regolazione del sonno. Molti dei suoi principi farmacologicamente attivi derivano dal papavero dell’oppio (papaver somniferum), come la morfina, la codeina, la papaverina, la tebaina e la noscapina. Con il termine “oppiacei” si indicano, invece, le sostanze naturali o sintetiche che possiedono effetti farmacologici simili a quelli della morfina. La morfina è l’oppioide più conosciuto. È un potente narcotico e analgesico, uno dei più efficaci per alleviare il dolore. Genera anche un senso di soddisfazione e di benessere, riducendo l’ansia e l’agitazione.

Con la scoperta della struttura chimica della morfina, nei primi del Novecento, sono stati sintetizzati numerosi composti sintetici o semi-sintetici che riproducono le proprietà positive degli oppiacei, riducendone gli effetti collaterali, come la potenziale dipendenza, la nausea e il vomito.2

Dipendenza da oppiacei come malattia
del cervello?

La dipendenza da oppiacei, come la tossicodipendenza in generale, è spesso stigmatizzata. Chi si droga è visto come una persona debole, priva di forza di volontà personale e di autocontrollo. Grazie ai progressi scientifici sulla comprensione dei meccanismi biologici legati alla dipendenza, invece, si è visto che, indipendentemente dai motivi che spingono una persona a fare uso di oppiacei, le alterazioni neurologiche che ne derivano rappresentano una condizione medica cronica vera e propria.

Gli oppioidi, infatti, modificano la chimica del cervello e alterano la sua funzione e sono effetti che persistono anche dopo aver sospeso l’uso di queste sostanze. La dipendenza somiglia, quindi, sempre più a un processo patologico autonomo piuttosto che a una scelta o a una debolezza dell’individuo.1

Danni, conseguenze e astinenza

La dipendenza da oppiacei comporta inevitabilmente un peggioramento della qualità della vita.
Il tempo non è più dedicato ad attività come il lavoro, i rapporti sociali e familiari, ma quasi esclusivamente alla ricerca e al consumo di queste sostanze. Oltre alle inevitabili conseguenze sulla psiche, chi fa uso di oppiacei può trovarsi coinvolto anche in attività criminali e rischiare di essere contagiato da virus come l’HIV e l’HCV (epatite C).

L’assunzione di droga per via iniettiva è, infatti, responsabile dell’80% dei casi di HIV in alcuni Paesi dell’Europa orientale e dell’Asia centrale e del 90% dei nuovi casi di epatite C nel mondo.1

L’uso di oppiacei innesca poi rapidamente quello che viene definito “meccanismo della tolleranza”. In altre parole, l’organismo si abitua alla presenza di tali sostanze e gli effetti fisiologici e psicologici dati dagli oppiacei diminuiscono a parità di dose. L’individuo è quindi costretto ad assumere dosi sempre più elevate di droga per ottenere gli effetti desiderati e per non andare incontro ad astinenza. La tolleranza porta quindi a una dipendenza fisica e psicologica; invece di assumere la droga per stare bene, si è costretti ad assumerla per non stare male.

L’astinenza diventa quindi difficile da gestire, poiché comporta sofferenza sia fisica, sia psichica. Dopo 36 ore dall’ultima assunzione, compaiono sintomi come agitazione, pelle d’oca, lacrimazione, crampi addominali e diarrea. È difficile capire le cause di una dipendenza. Possono esserci fattori di rischio di tipo genetico, altri invece possono dipendere dal temperamento o dalla presenza di disturbi psicologici e psichiatrici.

Tuttavia, il contesto sociale, la famiglia, i gruppi dei pari, la scuola e la comunità in generale giocano senz’altro un ruolo di rilievo nello sviluppo di una dipendenza.2

Il cinema che racconta la droga

Christiane F. – Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino (Christiane F. – Wir Kinder vom Bahnhof Zoo)3,4

Il film del 1981, diretto da Uli Edel, è ispirato a una storia vera, quella della tredicenne Christiane F. che divenne eroinomane a 13 anni. Il suo “battesimo” alla droga avviene durante il concerto berlinese di David Bowie, in cui Christiane inala la sua prima dose insieme a un gruppo di amici.

Il giorno del suo 14° compleanno prova, invece, l’eroina in vena e non passa molto tempo prima che arrivino l’astinenza e il bisogno di una nuova dose. Drogarsi è per Christiane una specie di iniziazione per essere ammessa nel gruppo, per diventare grande e scoprire se stessa.
Gli altri ragazzi, per comprarsi la droga, si prostituiscono nella zona di Bahnhof Zoo e la prima volta di Christiane è per 100 marchi, i soldi necessari per comprarsi l’eroina. Convinta di poter gestire la sua  dipendenza, la ragazza scivola presto in una spirale che non controlla. Il gruppo di amici è solo un rifugio per le proprie fragilità che propone lo sballo della droga per risolvere la difficoltà ad affrontare la vita.

Sullo sfondo c’è la periferia di Berlino con i suoi casermoni o le zone degradate come la Stazione e la metropolitana. Ambienti poco ospitali, che non facilitano i rapporti umani.

Figlia di una donna separata, il rapporto di Christiane con la madre non è facile. Anche se apparentemente indifferente alla vita della figlia, sarà la madre a salvare Christiane dalla droga. Dopo il tentato suicidio per overdose, la manderà a vivere in campagna, lontano dalla metropoli e dalle sue tentazioni.

Tratto da una storia vera, il racconto nasce dalle deposizioni della minorenne Christiane F. (Christiane Felscherinow) coinvolta in un processo del 1978. Il testo fu scritto da due giornalisti del settimanale tedesco Stern, che hanno trasformato due mesi di interviste in un libro, diventato poi un film.

Ben is back5,6

Del 2018, il film diretto da Peter Hedges racconta la storia del diciannovenne Ben Burns che vive in una comunità per tossicodipendenti e decide di tornare a casa per le vacanze di Natale. La madre Holly Burns (Julia Roberts) lo accoglie con gioia, passa più tempo possibile con lui, ma i buoni propositi di Ben di uscire dalla dipendenza e riprendersi la vita si scontrano con il passato. L’incontro con il suo ex spacciatore, infatti, lo porta a cedere alla tentazione e a drogarsi nuovamente.

Ben is back racconta il difficile rapporto tra una madre e suo figlio, alla ricerca di un nuovo equilibrio e di una nuova riconciliazione, anche con se stessi.

La strada per costruire una diversa relazione tra i due è dolorosa e faticosa, condizionata dalla droga che altera ogni percezione. Ma nel finale del film si intravede la luce della speranza, perché proprio nel momento in cui Ben decide di suicidarsi con un’overdose, la madre lo trova e riesce a rianimarlo. Ben sopravvive e l’ultima scena mostra madre e figlio che si guardano negli occhi, in uno sguardo più eloquente di mille parole.

Onora il padre e la madre7

Diretto da Sidney Lumet nel 2007, il film, ambientato a New York, racconta la storia di due fratelli, Andy e Hank che, sommersi dai debiti e disperatamente in cerca di denaro, decidono di rapinare la gioielleria dei genitori.

Assoldano un malvivente, Bobby, per agire al posto loro, ma nella sparatoria Bobby viene ucciso, mentre la madre dei due fratelli finisce in coma. Il padre, Charles, non si dà pace e cerca giustizia. I due cercano di gestire la situazione, ma Andy è un eroinomane e si rifugia nella droga, mentre Hank è ricattato dai parenti di Bobby.

Da quel momento tutto precipita. I due fratelli, in un crescendo dalle tinte drammatiche, si trovano coinvolti in una serie di omicidi in cui Andy rimane ferito e Hank riesce a fuggire. Il padre, che capisce come sono andate le cose, una volta in ospedale, uccide il figlio soffocandolo con un cuscino. È un film che racconta senza pietà l’ipocrisia di una famiglia che diviene un vero e proprio campo di battaglia. Non si salva nessuno, infatti, in questo film: padri, madri, fratelli, mariti e mogli, tutti sono pronti a rinnegare chiunque per raggiungere i propri scopi.

La 25ª ora8

Film del 2002 diretto da Spike Lee, è tratto da un romanzo di David Benioff ed è ambientato nella New York post 11 settembre.

Il protagonista, Monty Brogan, è uno spacciatore di droga mentre il padre, James, è un vigile del fuoco in pensione che ripensa spesso ai colleghi morti durante l’attacco alle Torri gemelle.
Ha scelto “i soldi facili”, ma viene condannato a sette anni di carcere, dopo che la polizia scova nel suo appartamento molti contanti e un chilo di eroina. Decide allora di vivere l’ultimo giorno di libertà in compagnia dei suoi amici e della sua fidanzata, ma in discoteca non si diverte. Ha paura, sa che non reggerà la violenza del carcere, teme per la sua vita. Ma non ha scelta, la mattina saluta tutti e sale in auto col padre, per entrare in carcere.

Il padre però non si dirige verso il penitenziario e intraprende un viaggio in una metaforica venticinquesima ora, quella differenza che consentirà a Monty, in una realtà irreale, di rifarsi una vita, di rimediare ai suoi errori e di riflettere sul proprio destino.

Il sogno si infrange, lasciando il posto al destino di Monty che si compie e alla consapevolezza che è necessario pagare per quello che ha fatto.

Bibliografia

1. Linee guida per il trattamento farmacologico e psicosociale della dipendenza da oppiacei, World Health Organization, Pubblicato  all’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 2009 con il titolo “Guidelines for the psychosocially assisted pharmacological treatment of opioid dependence”.
2. I. Maremmani, M. Pacini, P.P. Pani (per conto del Gruppo incontri pisani di formazione), Fondamenti di tossicodipendenza da oppiacei. Un compendio per medici, Pacini Editore Medicina.
3. https://it.wikipedia.org/wiki/Christiane_F._-_Noi,_i_ragazzi_dello_zoo_di_Berlino
4. https://www.cinemadelsilenzio.it/index.php?mod=film&id=50
5. https://it.wikipedia.org/wiki/Ben_is_Back
6. https://www.cinematographe.it/rubriche-cinema/focus/ben-is-back-spiegazione-finale-film/
7. https://it.wikipedia.org/wiki/Onora_il_padre_e_la_madre
8. https://it.wikipedia.org/wiki/La_25%C2%AA_ora_(film_2002)

Pet-Therapy: gli animali possono aiutare nella riabilitazione

Pet-Therapy: gli animali possono aiutare nella riabilitazione

Gli animali possono fare la differenza nella vita delle persone. E non parliamo in termini di compagnia e socialità, ma di cura, nel vero senso del termine. Da anni si analizza come la relazione con gli animali possa migliorare la salute mentale (e non solo) e aiutare a superare momenti di stress, crisi, depressione. La cosiddetta pet-therapy è usata per trattare soprattutto problemi comportamentali, disturbi mentali, paralisi cerebrale, Alzheimer e per le persone alle prese con disturbi da abuso di sostanze. La pet therapy di solito viene usata come coadiuvante della terapia principale, non come trattamento indipendente.

Perché gli animali?
Includere un animale nel trattamento tradizionale aiuta il paziente in riabilitazione ad accettare e seguire la cura e a integrarsi meglio nell’ambiente in cui deve riceverla. Gli animali cementano in qualche modo l’alleanza terapeutica tra il medico e il paziente, un rapporto fondamentale, soprattutto quando si tratta di riabilitazione, utile non solo per prendere le medicine nel modo giusto, ma per definire e comprendere gli obbiettivi che si possono raggiungere e le attività da portare avanti per realizzarli. Includere un animale nella terapia ha un po’ un effetto “rompi ghiaccio”: attraverso l’interazione con l’animale, paziente e terapista si avvicinano. E la strada per la riabilitazione, in questo modo, è un po’ più in discesa.
Non solo: i pazienti in riabilitazione per abuso da sostanze, se seguono una terapia con gli animali, sono più propensi a fidarsi del trattamento proposto e, di conseguenza, del terapista.

I benefici diretti
A parte la relazione con il medico, gli effetti benefici del rapporto con gli animali sui pazienti sono diversi e molto interessanti.
Il principale effetto è quello calmante: il contatto con gli animali, la possibilità di accarezzarli, pettinarli, sono tutti gesti che aiutano a ridurre l’ansia. I pazienti in riabilitazione spesso si sottraggono al contatto fisico, ma con gli animali queste barriere sembrano dissolversi.
Questa interazione inoltre mitiga i sentimenti di aggressività e depressione e rende i partecipanti più felici. Le terapie più usate sono quelle con i cavalli e con i cani.

Pet-Therapy con i cavalli
La terapia con i cavalli aiuta i pazienti a gestire le risposte comportamentali ed emotive, attraverso la comprensione delle reazioni dell’equino. Questo approccio aiuta a lavorare sulla comunicazione e a riflettere sui propri sentimenti e comportamenti grazie alla capacità del cavallo di leggere e rispecchiare le emozioni umane. L’obiettivo è migliorare la consapevolezza di sé e del proprio ruolo nella società, l’autogestione e il senso di responsabilità.
Nella terapia i pazienti si prendono cura del cavallo, nutrendolo e pulendolo. Questo fornisce alle persone in riabilitazione un senso di responsabilità nel prendersi cura di un’altra creatura vivente. I cavalli sono animali grandi, potenti e talvolta intimidatori e ci può voler tempo per sviluppare la fiducia con gli umani che li circondano. Inoltre, a causa dell’elevata sensibilità del cavallo, è meglio non trasmettere emozioni troppo forti in sua presenza e questo insegna ai pazienti il controllo degli impulsi e la gestione emotiva.
La terapia equina può anche sviluppare nei partecipanti il controllo del craving, il desiderio di assumere sostanze. Quando si è in preda all’astinenza, di solito il linguaggio del corpo trasmette rabbia e disagio: il cavallo risponde in modo negativo a questi atteggiamenti. Questo ulteriore approccio insegna al paziente a gestire il craving e a controllarsi, in modo che il cavallo possa rilassarsi e stare a suo agio con il paziente.

Pet-Therapy con i cani
Questa è la terapia più diffusa. Parliamo del migliore amico dell’uomo per antonomasia, il cane. Amichevole, leale, intelligente, facile da addestrare, tutte caratteristiche che lo rendono il compagno di terapia ideale, soprattutto per chi è in riabilitazione da abuso da sostanze. Socializzare con un cane può far aumentare la produzione di endorfine, serotonina e ossitocina, gli ormoni responsabili a vario titolo della felicità. Stare vicino a questo amico a quattro zampe aiuta le persone a rilassarsi e ad aprirsi e le rende più propense a parlare con l’animale, soprattutto quando hanno difficoltà a relazionarsi con una persona. Questo approccio può aiutare il paziente ad aprirsi e a comunicare di più con il proprio terapista.
Prendersi cura di un animale aiuta ad avere degli obbiettivi e a sviluppare senso di responsabilità. I cani possono anche suscitare piacevoli ricordi e offrono un amore incondizionato, che non giudica e non ha fine. Per chi soffre di dipendenze ed è alle prese con stigma, emarginazione e solitudine, l’amore di un cane può davvero fare la differenza.

 

  • Wesley, M. C., Minatrea, N. B., & Watson, J. C. (2009). Animal-assisted therapy in the treatment of substance dependence. Anthrozoös, 22(2), 137–148, https://psycnet.apa.org/record/2009-08706-003
  • Chandler, C. K. (2005). Animal-assisted therapy in counseling. New York: Routledge, https://tandfbis.s3.amazonaws.com/rtmedia/pp/common/sample-chapters/9780415888332.pdf
  • How Animals Can Assist Patients in Drug and Alcohol Addiction Treatment Butler Center for Research | July 2, 2016,
    https://www.hazeldenbettyford.org/education/bcr/addiction-research/animal-assisted-therapy-addiction-ru-716
  • Animal-Assisted Therapy for Substance Abuse, Addiction Center, March 2021,
    https://www.addictioncenter.com/treatment/animal-assisted-therapy/